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Il potere degli algoritmi, Giorgio Parisi richiama la politica sull’intelligenza artificiale

Per Parisi l’IA non è solo tecnologia, ma potere, lavoro, dati e democrazia da governare con regole chiare

Il potere degli algoritmi, Giorgio Parisi richiama la politica sull’intelligenza artificiale

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Giorgio Parisi richiama la politica sul controllo dell’intelligenza artificiale, tra oligopoli, lavoro e dati comuni

L’intelligenza artificiale non è soltanto una questione tecnica. Non riguarda solo il funzionamento dei modelli, la potenza delle macchine o la velocità con cui gli algoritmi riescono a produrre testi, immagini, analisi e decisioni. Per Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica, il punto centrale è un altro, chi controlla questi strumenti e con quali regole.

Intervenendo al seminario sull’intelligenza artificiale organizzato al Nazareno, con la segretaria del Pd Elly Schlein, Parisi ha spostato il dibattito dal terreno della meraviglia tecnologica a quello del potere. La domanda, in fondo, è semplice solo in apparenza, chi tiene il volante? Perché se l’IA orienta informazioni, lavoro, mercati e opinioni, allora non può essere trattata come un tema riservato agli ingegneri o alle grandi aziende digitali.

Chi decide la direzione dell’intelligenza artificiale

Secondo Parisi, non basta chiedersi se tra dieci anni esisteranno macchine più intelligenti degli esseri umani. La preoccupazione più urgente riguarda ciò che accade oggi e ciò che potrebbe accadere domani. L’IA è già dentro le ricerche online, nei sistemi produttivi, nella comunicazione pubblica e nelle scelte quotidiane di milioni di persone.

Il rischio è che la direzione venga decisa da pochi soggetti privati, senza un vero controllo democratico. Parisi ha ricordato come il settore sia ormai concentrato nelle mani di un numero ristretto di società, in larga parte americane e in misura minore cinesi. Un oligopolio tecnologico che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile, ma che oggi appare come una conseguenza quasi naturale della potenza di calcolo, dei dati disponibili e della capacità di investire.

Dalle ricerche online alla prima risposta dell’IA

Il fisico ha richiamato anche un cambiamento già visibile nell’esperienza comune. Quando si effettua una ricerca in rete, sempre più spesso la prima risposta è generata o rielaborata dall’intelligenza artificiale. È rapida, comoda, apparentemente completa. Proprio per questo, l’utente tende a fermarsi lì.

Il problema nasce quando non è più chiaro da quali fonti arrivi quella risposta. Se la sintesi prende il posto della consultazione diretta, il controllo dell’accesso alla conoscenza si sposta ancora di più verso chi gestisce l’algoritmo. Non è solo una questione di comodità digitale, ma di trasparenza dell’informazione e di possibilità reale di verificare ciò che viene proposto come attendibile.

Il controllo delle parole è controllo del potere

Nel suo intervento, Parisi ha citato anche il caso di Elon Musk e la scelta di considerare non attendibile tutto ciò che viene definito woke. L’esempio serve a mostrare un punto più ampio, chi stabilisce quali parole sono accettabili, quali contenuti meritano visibilità e quali fonti devono essere considerate affidabili esercita un potere enorme.

Il controllo delle parole, come ha ricordato Parisi richiamando anche Nichi Vendola, è una forma di controllo politico. Chi possiede i modelli, le infrastrutture di calcolo e i sistemi di distribuzione dei contenuti non controlla soltanto una tecnologia. Può influenzare narrazioni, opinioni, mercati e condizioni di lavoro. Per questo, secondo Parisi, il tema dell’IA è politico prima ancora che tecnologico.

Il lavoro davanti alla nuova rivoluzione tecnologica

La questione sociale è uno dei nodi più delicati. Parisi ha richiamato il dibattito aperto negli Stati Uniti, dove Bernie Sanders ha denunciato la guerra dei grandi oligarchi tecnologici contro i lavoratori. Secondo questa lettura, l’intelligenza artificiale potrebbe incidere su una quantità enorme di posti di lavoro, trasformando interi settori produttivi e redistribuendo ricchezza e potere verso chi controlla le piattaforme.

Il punto non è rifiutare la tecnologia, ma impedire che il suo impatto venga deciso soltanto da chi ne trae profitto. Se l’automazione aumenta la produttività, bisogna chiedersi chi beneficia di questo aumento. Se l’IA riduce il bisogno di lavoro umano in alcune attività, bisogna decidere politicamente come proteggere diritti, redditi, competenze e dignità delle persone coinvolte.

I dati come bene comune

Uno dei passaggi più netti dell’intervento riguarda i dati. Parisi ha sostenuto che quando un’azienda utilizza informazioni prodotte collettivamente, sta usando un bene comune. Di conseguenza, non può appropriarsene senza restituire nulla alla società.

La conoscenza accumulata dall’umanità, dai testi alle immagini, dalle ricerche scientifiche ai contenuti pubblici, non può diventare semplicemente materia prima gratuita per pochi gruppi privati. Per Parisi, se questo patrimonio venisse assorbito da aziende capaci di trasformarlo in ricavi enormi senza una redistribuzione equa, si rischierebbe quello che lui definisce il più grande furto della storia.

Una legge sui profitti dell’intelligenza artificiale

Da questa impostazione nasce anche una proposta forte, fissare limiti ai ricavi che le aziende possono ottenere in questo settore. Parisi parla della necessità di una legge capace di stabilire dei massimi, proprio perché l’intelligenza artificiale si alimenta di risorse collettive, infrastrutture, dati e conoscenze prodotte da molti.

È una proposta destinata a far discutere, perché tocca il cuore del capitalismo digitale. Ma il ragionamento è chiaro, se i dati sono un bene comune e se l’IA diventa un’infrastruttura decisiva per economia, informazione e lavoro, allora non può essere lasciata senza vincoli alla sola logica del profitto privato.

L’Europa e una regolazione ancora insufficiente

Parisi ha riconosciuto che l’Europa ha iniziato a muoversi con l’AI Act, ma ha definito questo intervento ancora insufficiente. Regolare è necessario, ma non basta se non si affronta il problema della concentrazione del potere tecnologico e della proprietà dei dati.

Nel suo intervento ha richiamato anche le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, secondo cui i Paesi dell’Unione dispongono insieme delle risorse per costruire un modello di IA trasparente e rispettoso dei diritti. Un modello in cui i dati non siano trattati come materia prima da estrarre e nascondere, ma come patrimonio da gestire nell’interesse collettivo.

Una terza via democratica per l’IA

La prospettiva indicata da Parisi non è quella del protezionismo tecnologico. È piuttosto la ricerca di una terza via democratica, capace di evitare sia la dipendenza totale dai grandi gruppi privati sia una chiusura difensiva e sterile. L’Europa, in questa visione, dovrebbe costruire un proprio modello, fondato su trasparenza, diritti, controllo pubblico e redistribuzione dei benefici.

La questione centrale resta il rapporto tra tecnologia e democrazia. Decidere come l’intelligenza artificiale incide sul lavoro, sulla conoscenza e sui diritti non può essere compito esclusivo di chi produce quella tecnologia. Deve entrare nei processi democratici, nei parlamenti, nelle istituzioni e nel confronto pubblico.

Quando la tecnologia può migliorare la vita

Parisi non descrive l’intelligenza artificiale come un male in sé. Al contrario, riconosce che può diventare uno strumento straordinario per migliorare la vita delle persone. Può aiutare la ricerca scientifica, la medicina, l’organizzazione dei servizi, la formazione e molti altri ambiti della società.

La condizione, però, è che venga incanalata dentro regole democratiche. Senza controllo, anche una tecnologia utile può produrre nuove disuguaglianze. Con regole chiare, invece, l’IA può essere orientata verso il bene comune, evitando che le nuove sorgenti di ricchezza diventino vantaggio per pochi e precarietà per molti.

Da Marx alle macchine intelligenti

Nella conclusione del suo intervento, Parisi ha richiamato Karl Marx e le sue parole sulle macchine della rivoluzione industriale. Marx osservava come strumenti capaci di ridurre e potenziare il lavoro umano potessero, allo stesso tempo, produrre fame, sfruttamento e miseria.

Il parallelismo con l’intelligenza artificiale è evidente. Le macchine cambiano, ma la domanda resta simile, chi beneficia dell’aumento di produttività? Se la ricchezza generata dalla tecnologia viene concentrata in poche mani, l’innovazione rischia di trasformarsi in una nuova forma di disuguaglianza. Se invece viene governata, può diventare una risorsa condivisa.

La scelta resta politica

Il messaggio finale di Giorgio Parisi è netto. L’intelligenza artificiale non è un destino già scritto. Non è inevitabile che produca concentrazione, precarietà o controllo sociale. Ma perché ciò non accada, serve una scelta politica consapevole.

Spezzare l’incantesimo che trasforma le nuove fonti di ricchezza in nuove forme di miseria dipende ancora dalle decisioni umane. La tecnologia può aprire possibilità enormi, ma il modo in cui verranno distribuiti vantaggi, costi e potere non lo decideranno le macchine. Lo decideranno le società, le istituzioni e la capacità della politica di non arrivare troppo tardi.


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10 Giugno 2026
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