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Paolo Calabresi contro l’IA nel cinema, senza imperfezione non c’è arte

Per Paolo Calabresi l’IA non può sostituire la recitazione, perché senza ascolto e presenza non c’è verità

Paolo Calabresi contro l’IA nel cinema, senza imperfezione non c’è arte

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Paolo Calabresi critica l’intelligenza artificiale nel cinema e difende il valore umano di follia, limite e imperfezione

Paolo Calabresi non usa mezze misure quando parla di intelligenza artificiale. Intervistato da Pillole di Eta Beta su Rai Radio1, l’attore ha espresso una posizione netta, quasi istintiva, rivendicando il valore dell’intelligenza umana proprio perché limitata, imperfetta e imprevedibile.

Per Calabresi, il punto non è soltanto tecnologico. Il problema riguarda il rapporto tra creazione artistica, presenza umana e verità. L’IA può essere veloce, efficiente e apparentemente perfetta, ma secondo l’attore le manca ciò che rende vivo un gesto creativo, quella parte di follia, errore e fragilità che appartiene agli esseri umani.

La preferenza per un’intelligenza meno perfetta

Calabresi racconta di non avere alcun rapporto con l’intelligenza artificiale e di non essere interessato ad averlo. Preferisce, dice, la propria intelligenza, anche se meno performante, proprio perché più limitata. Una dichiarazione che sembra quasi paradossale in un tempo in cui tutto viene misurato sulla velocità, sulla capacità di calcolo e sull’efficienza.

In realtà, dentro quella frase c’è una difesa molto precisa dell’umano. L’attore non contrappone semplicemente uomo e macchina, ma rivendica il valore dell’imperfezione. Per lui, l’intelligenza che conta nell’arte non è quella che produce risultati levigati, ma quella capace di deviazioni, intuizioni impreviste e reazioni non programmabili.

Il cinema vero secondo Paolo Calabresi

Secondo Paolo Calabresi, il cinema autentico si trova altrove rispetto alle seduzioni dell’intelligenza artificiale. L’IA, nella sua visione, non starebbe incidendo sul cinema più profondo, quello fatto di presenza, ascolto, corpi e relazioni, ma attirerebbe soprattutto figure interessate a entrare nel settore per ragioni economiche o produttive.

Il rischio, secondo l’attore, è che persone lontane dalla natura del lavoro cinematografico provino a occuparne lo spazio, favorite da logiche di risparmio e convenienza. La questione non riguarda quindi soltanto l’uso di nuovi strumenti, ma il pericolo che il cinema venga trattato come un prodotto da ottimizzare, più che come un linguaggio artistico da costruire.

Una tecnologia da combattere o da accettare

Alla domanda se l’IA sia un’opportunità da cogliere o qualcosa da combattere, Calabresi risponde con chiarezza. Per lui è qualcosa da contrastare, anche se immagina che a farlo saranno in pochi. Le ragioni economiche, osserva, finiranno probabilmente per pesare più delle resistenze artistiche.

È una posizione dura, ma coerente con la sua idea di cinema. Se l’obiettivo diventa ridurre costi, abbreviare tempi e sostituire parti del lavoro umano, il rischio è che l’innovazione venga usata non per ampliare la creatività, ma per impoverire il processo artistico. In questo senso, la critica di Calabresi non è rivolta solo alla tecnologia, ma al modo in cui potrebbe essere sfruttata.

La follia che nessuna macchina può imitare

Uno degli aspetti più interessanti riguarda i celebri travestimenti che hanno reso noto Calabresi al grande pubblico. L’attore sostiene che oggi avrebbero ancora più senso di prima, proprio perché nessuna intelligenza artificiale potrebbe raggiungere quella particolare combinazione di follia, rischio e imperfezione.

Per Calabresi, l’IA tende a inseguire una perfezione patinata, ordinata, controllata. Ma l’arte, nella sua visione, nasce anche da ciò che sfugge al controllo. Senza follia e senza imperfezione, dice, non c’è arte. Una frase che riassume bene il cuore del suo ragionamento, perché sposta il discorso dalla tecnologia alla natura stessa della creazione.

Il legame curioso con Nicolas Cage

Nel corso dell’intervista emerge anche il riferimento a Nicolas Cage, attore che Calabresi ha impersonato più volte nei suoi travestimenti. Cage ha definito l’intelligenza artificiale “un incubo, totalmente disumano”, una posizione molto vicina a quella espressa dall’attore italiano.

Calabresi scherza sul fatto che, dopo essersi reso conto da tempo di assomigliare a Nicolas Cage, non si sorprende di pensarla allo stesso modo. La battuta alleggerisce il tema, ma conferma una sensibilità comune, il timore che l’IA possa svuotare l’arte della sua componente più essenziale, cioè la presenza umana.

Recitare significa ascoltare e reagire

Uno dei passaggi più forti riguarda il futuro degli attori. Se un giorno interpreti in carne e ossa dovessero trovarsi a recitare con colleghi generati dall’intelligenza artificiale, secondo Calabresi il risultato rischierebbe di essere privo di verità. Per lui, recitare significa ascoltare, rispondere, reagire.

La recitazione non è soltanto dire battute davanti a una macchina da presa. È relazione, presenza simultanea, scambio. Se manca la contemporaneità tra gli attori sul set, manca una parte fondamentale del lavoro. Un volto generato artificialmente può forse imitare un’espressione, ma non può partecipare davvero a quella tensione viva che nasce tra due persone.

Il confine tra verosimile e artificiale

Calabresi ricorda che il mestiere dell’attore consiste nel cercare di essere verosimile, cioè simile al vero. Questo non significa riprodurre meccanicamente la realtà, ma costruire una forma credibile di presenza. È un equilibrio sottile, fatto di tecnica, istinto, ascolto e vulnerabilità.

L’intelligenza artificiale può creare immagini convincenti e performance simulate, ma secondo questa visione resta fuori da ciò che rende autentica la recitazione. Può assomigliare al vero, ma non necessariamente contenerlo. E per Calabresi, quando manca la verità, manca anche il senso profondo del lavoro dell’attore.

Una critica che riguarda tutto il mondo creativo

Le parole di Paolo Calabresi non parlano soltanto di cinema. Interrogano un cambiamento più ampio, che coinvolge scrittura, musica, immagini, doppiaggio, interpretazione e produzione culturale. L’intelligenza artificiale sta entrando in molti processi creativi e apre possibilità nuove, ma anche dubbi profondi.

Il punto non è negare che la tecnologia possa essere utile. Il tema è capire fino a che punto possa intervenire senza sostituire ciò che rende un’opera umana. Se la creatività viene ridotta a efficienza, se l’errore viene cancellato e se la presenza viene simulata, allora il rischio è produrre contenuti perfetti ma senza vita.

Il valore dell’imperfezione nell’arte

La posizione di Calabresi può sembrare radicale, ma tocca un tema centrale del nostro tempo. L’arte non nasce solo dalla capacità di produrre qualcosa, ma dal modo in cui quel qualcosa porta con sé esperienza, limite, corpo, memoria e contraddizione.

In questa prospettiva, l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma una parte essenziale del linguaggio artistico. È ciò che rende una scena imprevedibile, una battuta viva, un gesto credibile. L’intelligenza artificiale può generare forme, ma secondo Calabresi resta lontana da quella zona fragile e folle in cui il cinema diventa davvero cinema.


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12 Giugno 2026
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