L’intelligenza artificiale viene spesso presentata come uno degli strumenti più promettenti per rendere più efficiente l’uso dell’energia, migliorare la gestione delle reti elettriche e contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico. Allo stesso tempo, però, la sua crescita richiede infrastrutture sempre più potenti, capaci di consumare enormi quantità di elettricità e acqua. È questo il nodo principale che emerge dall’undicesimo Environmental Report di Google, nel quale l’azienda mostra i progressi compiuti sul fronte delle energie pulite, ma riconosce anche la difficoltà crescente nel rispettare i propri obiettivi climatici.
Il paradosso ambientale dell’intelligenza artificiale
La diffusione dell’intelligenza artificiale sta aprendo una fase nuova per il settore tecnologico. Da una parte l’IA può aiutare imprese, governi e cittadini a ridurre sprechi, ottimizzare consumi e prevedere fenomeni ambientali complessi. Dall’altra, però, i sistemi che la rendono possibile si basano su data center ad alta intensità energetica, con server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture digitali che richiedono risorse crescenti.
Il rapporto di Google fotografa proprio questa tensione. L’azienda sottolinea gli investimenti record nelle energie rinnovabili e la riduzione delle emissioni operative, ma ammette che la rapida espansione dell’IA rende il percorso verso gli obiettivi climatici più impegnativo. In altre parole, la tecnologia che promette di aiutare la sostenibilità rischia, almeno nel breve periodo, di aumentarne il costo ambientale.
Più energia pulita ma anche più domanda elettrica
Nel 2025 Google ha siglato contratti per oltre 12 gigawatt di nuova capacità da fonti pulite. Si tratta, secondo l’azienda, del volume più alto mai raggiunto nella sua storia e di una quantità di energia potenzialmente sufficiente ad alimentare un Paese delle dimensioni della Grecia, una volta che gli impianti saranno pienamente operativi.
Il dato positivo si accompagna però a un aumento molto forte della domanda elettrica. I consumi di elettricità dell’azienda sono cresciuti del 37% in un solo anno, il maggiore incremento annuo mai registrato da Google. La causa principale è legata allo sviluppo dei data center destinati all’intelligenza artificiale, sempre più centrali nella strategia del gruppo e nell’evoluzione dei servizi digitali.
Emissioni operative in calo e obiettivi climatici sotto pressione
Sul piano delle emissioni operative, Google dichiara una riduzione del 2% rispetto all’anno precedente. L’azienda afferma inoltre di aver compensato con acquisti di energia rinnovabile il 100% dei propri consumi elettrici per il nono anno consecutivo. È un risultato rilevante, soprattutto in un contesto in cui la domanda energetica del settore digitale continua a crescere.
Il quadro diventa però meno lineare quando si osservano le emissioni complessive considerate ai fini degli obiettivi climatici aziendali. Le cosiddette ambition-based emissions, che comprendono anche una parte significativa della catena di fornitura, sono aumentate del 18%, arrivando a circa 14,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Circa l’80% di questo incremento è collegato alla produzione di hardware e alla costruzione di nuove infrastrutture.
Data center e catena di fornitura pesano sul bilancio ambientale
La crescita dei data center per l’intelligenza artificiale non riguarda soltanto l’energia utilizzata durante il funzionamento. Prima ancora che i server entrino in attività, occorre costruire edifici, produrre componenti, installare macchinari e alimentare una filiera industriale globale. Nel 2025 le emissioni della catena di fornitura di Google sono aumentate del 25%, soprattutto a causa della realizzazione di nuove infrastrutture e della produzione di hardware in aree dell’Asia-Pacifico dove le reti elettriche dipendono ancora in larga misura dai combustibili fossili.
Google riconosce inoltre un problema strutturale, l’espansione dell’intelligenza artificiale procede più rapidamente della decarbonizzazione delle reti elettriche. Tempi lunghi per le connessioni, autorizzazioni complesse, difficoltà nelle catene di approvvigionamento e disponibilità limitata di nuova energia a basse emissioni rallentano il percorso verso un sistema digitale pienamente sostenibile.
Acqua e raffreddamento diventano un tema centrale
Accanto all’elettricità, anche l’acqua assume un ruolo sempre più importante nel dibattito sull’impatto ambientale dei data center. Nel 2025 il consumo totale di acqua di Google è cresciuto del 34%, raggiungendo 10,9 miliardi di galloni. L’azienda segnala di aver finanziato progetti capaci di restituire all’ambiente circa 7,7 miliardi di galloni, pari al 78% del consumo annuo di acqua dolce.
L’obiettivo dichiarato è reintegrare più acqua di quanta ne venga consumata entro il 2030. Tuttavia, il tema non si esaurisce nel saldo complessivo. Se il reintegro avviene in bacini idrici diversi da quelli in cui si trovano i data center, il bilancio generale può risultare positivo senza risolvere lo stress idrico delle comunità locali. È un aspetto delicato, perché la sostenibilità non dipende solo dalla quantità di acqua restituita, ma anche dal luogo in cui questo avviene.
L’IA può aiutare la sostenibilità ma le emissioni evitate restano discusse
Nel rapporto, Google dedica ampio spazio anche al contributo positivo dell’intelligenza artificiale e dei propri prodotti alla riduzione delle emissioni. Secondo l’azienda, nove servizi, tra cui Google Maps, Nest, Google Earth, Solar API e Waymo, avrebbero permesso nel 2025 di evitare complessivamente circa 41 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
Il concetto di emissioni evitate è però oggetto di confronto tra ricercatori ed esperti. Queste stime si basano infatti su scenari di riferimento e metodologie che non sempre sono facilmente verificabili in modo indipendente. Il contributo dell’IA alla sostenibilità può quindi essere significativo, ma resta necessario valutarlo con prudenza, distinguendo tra benefici potenziali, risultati misurabili e impatti indiretti.
Investimenti in rinnovabili e nuove tecnologie energetiche
Dal 2010 Google ha sottoscritto oltre 240 accordi per quasi 35 gigawatt di nuova capacità rinnovabile. L’azienda continua inoltre a investire in tecnologie considerate strategiche per la decarbonizzazione, tra cui nucleare avanzato, geotermia potenziata e fusione. Si tratta di ambiti ancora in evoluzione, ma ritenuti importanti per sostenere nel lungo periodo una domanda energetica sempre più elevata.
Secondo il rapporto, i progressi nell’efficienza di hardware, software e infrastrutture, insieme agli investimenti in energia pulita, avrebbero evitato nel solo 2025 oltre 58 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto a uno scenario di riferimento elaborato dalla stessa azienda. Anche in questo caso, il dato mostra la direzione degli sforzi compiuti, ma evidenzia al tempo stesso quanto sia complesso misurare in modo uniforme l’impatto ambientale del digitale.
Una sfida decisiva per il futuro del settore tecnologico
Il caso Google mostra con chiarezza una questione destinata a diventare sempre più centrale, la sostenibilità dell’intelligenza artificiale non può essere valutata soltanto attraverso l’energia rinnovabile acquistata o le emissioni operative ridotte. Occorre considerare l’intero ciclo delle infrastrutture, dalla produzione dell’hardware al consumo idrico, dalla localizzazione dei data center alla capacità delle reti elettriche di diventare realmente più pulite.
L’intelligenza artificiale può offrire strumenti utili per affrontare la crisi climatica, ma la sua crescita impone al settore tecnologico una responsabilità più ampia. La sfida sarà riuscire a sviluppare sistemi sempre più potenti senza trasferire il costo ambientale su territori, risorse naturali e filiere produttive già sotto pressione. È su questo equilibrio che si giocherà una parte importante della credibilità climatica delle grandi aziende digitali.
06 Luglio 2026
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