L’intelligenza artificiale promette risposte rapide, ordinate e spesso convincenti. Ma proprio questa sicurezza apparente può modificare il modo in cui le persone si rapportano alla conoscenza. Una ricerca italo-francese mette in evidenza un aspetto delicato dell’uso quotidiano degli strumenti di IA, la tendenza a ridurre drasticamente la capacità di dire “non lo so”.
Quando una risposta pronta sembra bastare
Nella vita quotidiana ammettere di non sapere qualcosa è un gesto di prudenza, non un segno di debolezza. Significa riconoscere un limite, sospendere il giudizio e cercare informazioni più solide. Con l’arrivo degli assistenti basati su intelligenza artificiale, però, questo passaggio rischia di diventare meno naturale.
Gli strumenti di IA generativa sono progettati per produrre risposte fluide, immediate e linguisticamente credibili. Il problema nasce quando la forma sicura della risposta viene percepita come garanzia di correttezza. In quel momento, il dubbio personale può lasciare spazio a una fiducia eccessiva verso l’algoritmo.
La ricerca tra Italia e Francia
Lo studio è stato condotto da ricercatori collegati all’Università La Sapienza di Roma, all’Università di Milano-Bicocca e alla École Normale Supérieure di Parigi. L’obiettivo era osservare come cambia il comportamento delle persone quando possono affidarsi a un consiglio generato dall’intelligenza artificiale.
I partecipanti sono stati messi davanti a domande difficili, con la possibilità di rispondere oppure di dichiarare di non sapere. In una condizione di base, senza supporto dell’IA, il 44% delle persone ha scelto di sospendere il giudizio. Quando invece era disponibile un suggerimento prodotto dall’IA, questa percentuale è scesa al 3%.
Il crollo del non lo so
Il dato più evidente riguarda proprio la quasi scomparsa dell’ammissione di ignoranza. Non si tratta soltanto di una maggiore disponibilità a tentare una risposta, ma di un cambiamento nel rapporto con l’incertezza. Davanti a un’indicazione dell’algoritmo, molte persone sembrano sentirsi autorizzate a rispondere anche quando non possiedono davvero gli elementi per farlo.
Secondo gli autori dello studio, i consigli dell’IA riducono la propensione a dire “non lo so” anche quando il consiglio è sbagliato e anche quando l’accuratezza viene incentivata. Questo punto è centrale, perché mostra che il problema non riguarda soltanto la comodità dello strumento, ma il modo in cui la risposta automatica influenza il giudizio umano.
Meno dubbi ma anche meno risposte corrette
La ricerca segnala anche un secondo effetto, forse ancora più preoccupante. L’uso dell’intelligenza artificiale non ha soltanto ridotto la disponibilità ad ammettere l’incertezza, ma ha coinciso anche con un calo dell’accuratezza delle risposte.
Nel test senza supporto dell’IA, il 27% dei partecipanti ha fornito la risposta corretta. Nel gruppo che poteva utilizzare il suggerimento dell’algoritmo, la quota è scesa al 9%. In altre parole, la presenza dell’IA ha spinto molte persone a rispondere di più, ma non necessariamente a rispondere meglio.
Il falso senso di sicurezza
Il punto non è demonizzare l’intelligenza artificiale, che resta uno strumento utile in molti contesti. Il tema riguarda piuttosto il rischio di confondere l’accesso immediato a una risposta con il possesso reale di una conoscenza. Una frase ben costruita, se letta senza spirito critico, può dare l’impressione di essere affidabile anche quando non lo è.
Questo meccanismo può incidere in modo particolare nei contesti in cui servono attenzione, verifica e responsabilità, come scuola, università, lavoro, informazione, consulenza e processi decisionali. L’IA può aiutare a orientarsi, ma non dovrebbe sostituire la capacità di valutare, controllare e, quando necessario, fermarsi.
Gli incentivi migliorano poco il risultato
I ricercatori hanno introdotto anche incentivi economici per verificare se un premio legato all’accuratezza potesse correggere il comportamento dei partecipanti. L’effetto c’è stato, ma è rimasto limitato.
Con gli incentivi, la disponibilità a dire “non lo so” è salita dal 3% all’8%, mentre l’accuratezza è passata dal 9% al 16%. Sono miglioramenti, ma restano comunque lontani dai valori osservati nella condizione di base, dove il 44% sospendeva il giudizio e il 27% rispondeva correttamente.
Usare l’IA senza rinunciare al pensiero critico
Il messaggio che emerge dallo studio è semplice ma non banale. L’intelligenza artificiale può essere un supporto, una guida, un punto di partenza. Non dovrebbe però diventare un sostituto della prudenza intellettuale. Dire “non lo so” resta una competenza fondamentale, soprattutto in un ambiente digitale in cui le risposte arrivano prima ancora che sia maturata una vera domanda.
Per questo, l’educazione all’uso dell’IA dovrebbe includere anche l’educazione al dubbio. Verificare le fonti, confrontare più risposte, riconoscere i limiti dello strumento e accettare l’incertezza sono comportamenti sempre più importanti. La tecnologia può ampliare le possibilità di conoscenza, ma solo se non cancella la capacità umana di distinguere tra sapere, credere di sapere e non sapere.
21 Luglio 2026
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