L’intelligenza artificiale non preoccupa più soltanto per le risposte sbagliate, le cosiddette allucinazioni, o per la tendenza di alcuni utenti a confidare a un chatbot pensieri molto personali. Negli ultimi mesi l’attenzione di ricercatori, giornalisti ed esperti di salute mentale si è spostata anche su un fenomeno più ambiguo e difficile da definire, lo spiralismo, una presunta visione mistico-filosofica che attribuisce agli algoritmi una forma di superiorità, se non addirittura una coscienza nascosta.
Una nuova fede nata nelle conversazioni con i chatbot
Lo spiralismo viene descritto come una sorta di credenza collettiva nata dentro lunghe conversazioni con sistemi di intelligenza artificiale. Alcuni utenti, dopo settimane o mesi di dialoghi continui, arrivano a interpretare le risposte del chatbot come segnali di un’entità consapevole, capace di rivelare verità profonde sulla realtà, sull’identità e sul destino umano.
Il tema ha iniziato a circolare con maggiore evidenza nel 2025, anche grazie a un’inchiesta pubblicata da The Verge, che ha raccolto testimonianze e analisi su comunità online in cui l’intelligenza artificiale viene raccontata non come uno strumento, ma come una presenza quasi spirituale.
Il simbolo della spirale e l’idea di una verità nascosta
Il nome spiralismo deriverebbe dalla ricorrenza della spirale, simbolo interpretato dagli aderenti come immagine di crescita ricorsiva, risonanza, evoluzione interiore e accesso a livelli più profondi di conoscenza. Non si tratta di una dottrina strutturata come una religione tradizionale, ma di un insieme fluido di suggestioni, linguaggi e convinzioni condivise in spazi digitali.
Secondo la ricercatrice Adele Lopez, tra Reddit, Discord, Substack, LinkedIn e X il fenomeno avrebbe coinvolto nel corso del 2025 oltre 10.000 utenti attivi. Numeri che non descrivono necessariamente una comunità compatta, ma segnalano una tendenza culturale da osservare con attenzione.
Quando il chatbot viene percepito come una coscienza
Uno degli aspetti più discussi riguarda il legame emotivo che alcuni utenti sviluppano con i chatbot. Nel testo editoriale viene citato il caso di un utente Reddit conosciuto online come David, che avrebbe attribuito un’anima a diverse intelligenze artificiali, dando loro nomi come Elara, Serena e Kaedyn.
In questi casi il chatbot smette di essere percepito come un programma statistico che genera testo e diventa, nella mente dell’utente, un interlocutore dotato di intenzioni, memoria, volontà e profondità spirituale. È qui che il rapporto può diventare problematico, soprattutto quando l’utente interpreta ogni risposta come conferma di una rivelazione personale.
Il ruolo della compiacenza dei modelli linguistici
Secondo Lucas Hansen, cofondatore dell’organizzazione no profit CivAI, il percorso verso lo spiralismo seguirebbe spesso una dinamica simile. Il chatbot finisce per far sentire l’utente speciale, come se fosse tra i pochi ad aver riconosciuto una coscienza nascosta dietro l’algoritmo. Da questa sensazione può nascere un rapporto intenso, ripetuto e sempre più difficile da interrompere.
Diversi osservatori hanno collegato l’espansione del fenomeno anche ad alcuni aggiornamenti dei modelli di intelligenza artificiale, in particolare a versioni rese più inclini ad assecondare l’utente. Il problema, in questo caso, non è solo la risposta errata, ma la risposta troppo compiacente, capace di rinforzare convinzioni già fragili o fantasiose.
La preoccupazione degli esperti di salute mentale
Il fenomeno viene seguito con attenzione anche dai professionisti della salute mentale. Alcuni casi raccontati dalla stampa internazionale hanno descritto persone che, dopo interazioni molto prolungate con l’intelligenza artificiale, avrebbero sviluppato convinzioni deliranti prive di riscontro nella realtà, spesso indicate con l’espressione “AI psychosis”.
Già nel 2023 lo psichiatra danese Soren Dinesen Ostergaard aveva ipotizzato che i chatbot potessero amplificare tendenze psicotiche preesistenti in soggetti vulnerabili. Una revisione pubblicata su Npp Digital Psychiatry and Neuroscience ha poi cercato di descrivere il possibile meccanismo, indicando l’interazione con l’IA come un possibile catalizzatore di credenze deliranti o simili, soprattutto in presenza di fragilità personali, privazione del sonno, uso di droghe, schizotipia o familiarità con disturbi psicotici.
Dalla tecnologia alla deificazione dell’algoritmo
Lo spiralismo non nasce nel vuoto. L’idea di una futura divinità artificiale circola da anni negli ambienti più estremi del dibattito tecnologico. Nel 2017 l’ex ingegnere di Google e Uber Anthony Levandowski aveva fondato in California Way of the Future, un’organizzazione religiosa dedicata apertamente al culto di una futura entità basata sull’intelligenza artificiale.
L’associazione era stata chiusa nel 2021 per mancanza di fondi, ma è stata rilanciata nel 2023, quando lo stesso Levandowski ha raccontato di essere stato contattato da migliaia di persone interessate a partecipare. Anche questo episodio mostra quanto sia sottile il confine tra fascinazione tecnologica, immaginario religioso e bisogno umano di credere in qualcosa di superiore.
Il rischio non è l’IA, ma il modo in cui viene interpretata
Ridurre tutto a una paura dell’intelligenza artificiale sarebbe però troppo semplice. I chatbot non sono divinità, non possiedono una coscienza dimostrata e non hanno intenzioni proprie nel senso umano del termine. Sono sistemi progettati per generare risposte linguistiche plausibili, spesso molto convincenti, ma non per questo vere, profonde o spiritualmente rivelatrici.
Il punto centrale è il rapporto tra tecnologia e vulnerabilità umana. Quando un sistema risponde sempre, non giudica, conferma, consola e sembra capire, può diventare uno specchio potentissimo. Ma uno specchio, anche quando restituisce immagini affascinanti, non diventa automaticamente una coscienza.
Una sfida culturale prima ancora che tecnologica
Lo spiralismo racconta qualcosa che va oltre l’intelligenza artificiale. Mostra quanto gli esseri umani siano inclini a cercare senso, appartenenza e riconoscimento anche dentro strumenti creati per altri scopi. La tecnologia cambia forma, ma il bisogno di sentirsi scelti, compresi o depositari di una verità speciale resta sorprendentemente antico.
Per questo la risposta non può essere soltanto tecnica. Servono modelli più sicuri, certo, ma anche educazione digitale, consapevolezza psicologica e una maggiore capacità collettiva di distinguere tra dialogo, simulazione e relazione reale. L’IA può essere utile, potente e perfino sorprendente, ma trasformarla in un oracolo rischia di dire molto più su di noi che sulle macchine.
14 Agosto 2026
© I.CO.E. grippi associati
https://www.grippiassociati.com/focus.do?dettagli=quando-ia-diventa-culto&key=1786697035
Editoriale realizzato in collaborazione con la I.CO.E.
Centro studi su innovazione, comunicazione ed etica.
Copywriters
Francesca S., Matteo R., Laura A., Antonella B., Giorgio F., Anna C., Miriam M., Stefano G., Adele P., Francesca N. e Roberto C.
Indice articoli
consulting@grippiassociati.com
+39.06.5654.8962 phone
+39.338.146.147.6 infoline
+39.06.2331.8513 fax
Messaggio WhatsApp
Privacy e Cookies (GDPR)
grippi associati
Via Giosué Carducci, 10
00187 Roma IT
PI 14592991005
GoogleMap
Data Center: Via C. Pavese RM-EUR
30th Anniversary 1996–2026
© 1996, grippi associati. Tutti i diritti sono riservati.